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Tra filtri di bellezza e ansia da perfezione, cresce la 'Snapchat dysmorphia'
Dermatologi: "Sempre più pazienti chiedono trattamenti per assomigliare a modelli social"
Niente rughe, occhiaie o macchie sulla pelle, spariscono nei e cicatrici. Ma la realtà è spesso molto distante dalle immagini fotoritoccate che vediamo sui social e prive di imperfezioni. Si alimentano così fenomeni come la 'Snapchat dysmorphia', ovvero una percezione alterata della propria immagine, associata alle aspettative irrealistiche di assomigliare alla versione di sé migliorata dai filtri bellezza. A evidenziare i rischi è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (Sidemast), in occasione del congresso nazionale in programma a Rimini dal 21 al 24 aprile. Il fenomeno, già noto in letteratura scientifica anche come Selfie o Zoom dysmorphia, nasce dal confronto con immagini modificate e dalla conseguente insoddisfazione per la differenza tra versione reale e digitale. Può essere legato a ansia e stress, oltre che all'abuso di trattamenti, a volte anche dannosi. "Sempre più spesso le pazienti ci chiedono trattamenti per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste sui social", osserva Roberta Giuffrida, dermatologa del Policlinico Martino di Messina. "Il rischio - aggiunge - è che si insegua un'immagine irrealistica di sé, dimenticando che la pelle ha caratteristiche biologiche e individuali che vanno rispettate". TikTok, Instagram e YouTube sono diventati però anche strumenti di ricerca per problemi dermatologici, dove, ancor più che sui siti web, circolano contenuti non verificati, basati su esperienze individuali di influencer. Fino a otto pazienti su dieci cercano informazioni sulla propria malattia prima di consultare un dermatologo, "con il rischio di diagnosi fai-da-te e trattamenti non appropriati, seguendo indicazioni non supportate dalla scienza", afferma Maria Concetta Fargnoli, direttore scientifico dell'Istituto Dermatologico San Gallicano Irccs di Roma. Un ulteriore rischio deriva dall'uso di app per valutare lesioni cutanee, che possono generare false rassicurazioni. In questo scenario il ruolo del dermatologo resta centrale: "La diagnosi non si basa solo sull'immagine di una lesione - sottolinea Fargnoli - ma su una valutazione clinica completa, che comprende anamnesi, esame obiettivo e contesto del paziente".
J.Pereira--PC