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I 70 anni di Abatantuono dal Derby ad Avati a Hollywood
Commedie brillanti e film d'autore, il sodalizio con Salvatores
(di Giorgio Gosetti) Diego Abatantuono saluta il 20 maggio i suoi primi 70 anni con il distacco, la bonomia e la saggezza che da tempo ha infuso nel suo personaggio pubblico. Nascosto dietro una barba da profeta, l'occhio sbarazzino che ogni volta sembra smentire la parola, la cadenza posata della voce da basso, conserva il senso dell'ironia nell'ammettere che invecchiare non gli piace per nulla. Nasce in via Dolci a Milano nel 1955 da un padre calzolaio di origine foggiana e una madre comasca. Dagli amici del padre e da quella comunità meridionale che negli anni '50 aveva colonizzato la periferia milanese e la zona di Lorenteggio in cerca di lavoro, ricava il succo del suo primo personaggio di successo, il "terrunciello" portato in giro nei cabaret prima coi Gatti del Vicolo Miracoli e poi da solo. Ma se sua mamma non fosse stata guardarobiera al Derby (il tempio della comicità a Milano), grazie a sua sorella che insieme al marito Diego possedeva il locale, forse non ci avrebbe mai messo piede. Del palcoscenico annusa la polvere, le luci, la magia che lo illumina appena il pubblico comincia a ridere fin da piccolo e poi ci trova lavoro come tecnico delle luci. Spesso gli fa compagnia l'amico d'infanzia Ugo Conti, ma nelle notti del Derby incrocia tutta una generazione d'artisti: Massimo Boldi, Mauro Di Francesco, Giorgio Faletti, Ernst Thole, Guido Porcaro che gli cucirà addosso il primo personaggio (l'immigrato meridionale tifoso di calcio) e poi Enzo Jannacci e Beppe Viola con cui formerà anche un gruppo, I Repellenti. Intanto però viaggia tutto il nord Italia con i Gatti che sono prima di tutto amici e poi comici che lo spingono a debuttare. Nella Milano degli anni '60 tutti sono milanisti o interisti: Diego sceglie col cuore la causa rossonera. "Diventai milanista - ha raccontato - perché da piccolo trovai un giorno per terra il portafoglio di mio nonno. Lo aprii e vidi le foto ingiallite di padre Pio e Gianni Rivera, che io non conoscevo, non sapevo chi fossero. Lo chiesi a mio nonno e lui mi spiegò: uno fa i miracoli, l'altro è un popolare frate pugliese". La fortuna artistica comincia davvero con un piccolo spettacolo "La tappezzeria" trasmesso dalla sede milanese della Rai e in cui compare insieme a Jannacci nel 1980. Intanto però ha già messo piede nel cinema. Le prime apparizioni ("Liberi, armati e pericolosi" di Romolo Guerrieri e "Saxophone" con Renato Pozzetto) non sono memorabili. Ma la musica cambia quando i fratelli Vanzina lo ingaggiano, insieme agli amici veronesi per "Arrivano i Gatti", sempre nel 1980. Adesso produttori e registi lo notano: Renzo Arbore per "Il Pap'Occhio", Steno per "Fico d'India", Villaggio per "Fantozzi contro tutti". Il vero pigmalione resta però Carlo Vanzina che gli offre un film tutto suo nel 1982: "Eccezzziunale... veramente" è un successo a sorpresa, modellato sui personaggi già collaudati a teatro e cuciti in un piccolo affresco memorabile di "milanesità" importata. In quello stesso anno sforna ben sette film passando dallo spadone di "Attila" a "Grand Hotel Excelsior": ormai Abatantuono è una garanzia per il produttore (Mario Cecchi Gori) e per i registi della nuova commedia. Quattro anni dopo la svolta: Pupi Avati che da sempre ha il fiuto del talent scout e si diverte a trasformare l'immagine dei suoi attori gli offre un ruolo drammatico in "Regalo di Natale": sarà un successo immediato, confermato dal ritorno, insieme a Cavina e Delle Piane in "La rivincita di Natale" tanti anni dopo, nel 2004. Ciò che non passa inosservata è la duttilità dell'attore e del personaggio che ha una precisa identità nel mescolare con naturalezza ironia, comicità, serietà drammatica. E la Milano degli "immigrati" di seconda generazione lo porta quasi naturalmente al Teatro dell'Elfo fondato e diretto da Gabriele Salvatores. I due si piacciono subito nonostante la diversa formazione e la dimensione intellettuale del regista delle "persone in fuga". Sta di fatto che Salvatores chiama Diego già al suo esordio, nel 1987, per "Kamikazen" e poi ne fa un personaggio-simbolo per la trilogia che lo consacra: "Marrakesh Express", "Turné", "Mediterraneo" con cui nel 1992 arriverà fino alla magica notte degli Oscar in cui il film vince a sorpresa la statuetta per il miglior film straniero. Con Salvatores il sodalizio dura senza incrinature: fondano insieme a Maurizio Totti la loro società di produzione, la Colorado Film che produrrà anche un fortunato spettacolo televisivo ("Colorado Cafè"), girano film drammatici e intensi come "Nirvana" e "Io non ho paura", diventano perfino quasi parenti quando Abatantuono sposa la ex compagna di Gabriele. Intanto la carriera prosegue a gonfie vele con le commedie popolari (Vanzina, Veronesi, Oldoini), i film più impegnati (memorabile "Il toro" di Carlo Mazzacurati), il sodalizio con Pupi Avati (cinque film insieme, mentre con Salvatores ne ha girati nove a tutt'oggi). Si diradano invece le apparizioni da comico puro per il piccolo schermo. "Non rifarei mai il cabaret di una volta: sarebbe penoso. Preferisco il ruolo di maestro di cerimonia. Se hai sempre fatto il comico, ed entri in un ruolo drammatico aspetti cosa fa il pubblico: se piange, invece di ridere, ce l'hai fatta. Oggi in tv ci vado a raccontare un film o a parlare di qualcosa che mi diverte come il calcio. Per il resto, la mia mossa alla partita a scacchi della vita è la coerenza".
X.M.Francisco--PC
