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Arbore ai Lincei, il Clarinetto nel tempio della cultura
L'autore e musicista, classe 1937, si racconta a Villa Farnesina
(di Laura Valentini) "Il Clarinetto l'ho scritto per Sanremo, certo adesso farlo ascoltare in questo tempio della cultura.. Chissà che ne avrebbe detto Benedetto Croce": sorride Renzo Arbore, per una sera ospite e protagonista di un incontro all'Accademia dei Lincei, istituzione per la cui rinascita il filosofo dello storicismo si adoperò dopo la Seconda Guerra Mondiale. Fondata nel 1603 è la più antica accademia scientifica d'Europa e nella sua sede di Villa Farnesina, ieri ha accolto a braccia aperte Arbore, campione della cultura musicale e pop. In effetti, oltre alle immagini del festival con 'Il Clarinetto' in concorso, scorrono su un grande schermo anche quelle di una insolita versione in russo della canzone con lo showman, autore e regista, classe 1937, che la canta durante una tournee nell'Urss. "Nessuno rideva e questo mi pareva strano: poi il ministro sovietico della cultura mi spiego' il perché ovvero che nei suoi doppi sensi era molto simile a un brano scritto da un dissidente. Allora venne lui ad ascoltare il concerto in prima fila e si mise a ridere, a quel punto venne giù il teatro ..". Con al fianco Andrea Scarpa, autore del libro 'Renzo Arbore. Mettetevi comodi', l'autore di programmi televisivi come 'L'altra domenica', 'Indietro tutta', 'Quelli della notte' e tanti altri, regista, attore e conduttore ricostruisce una vita e una carriera piena di aneddoti, incontri, scoperte di talenti. Il tutto con la cifra ironica che lo contraddistingue (interrompe con garbo chi lo introduce: "ho sempre paura della commemorazione.."), rimandando per le sue radici musicali alla prima giovinezza nel dopoguerra, tra americani che suonavano il jazz e muratori che ricostruendo le case della natia Foggia cantavano canzoni napoletane. "Mio padre era un dentista ma melomane, tutti in famiglia amavamo la musica", racconta. Quindi il trasferimento a Napoli per studiare giurisprudenza e gli incontri con rappresentanti eterogenei della cultura partenopea "che per me è stata determinante", come il marchese Patrizi, nobile decaduto e un po' poeta di cui declama a memoria una poesia, o il pianista della sua prima orchestrina che non sapendo l'inglese chiedeva agli americani di cantare la melodia che volevano ascoltare. "E con un soldato quasi venne alle mani perché non si capivano, lui gli diceva 'sing the song' (canta la canzone) e l'americano chiedeva 'where is the rest room' (dove è il bagno)..". E via così ricordando con affetto Luciano De Crescenzo con cui realizzo' due film, (Il pap'occhio e FF.SS. - che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?): "amavamo entrambi Napoli in un periodo in cui tutti ne parlavano male, compresi i napoletani". Proprio nel Pap'occhio c'è la scena in cui Mariangela Melato gli tira un ceffone, cogliendolo di sorpresa come raccontano entrambi in un frammento di intervista riprodotto: "Mariangela è stata la persona più importante della mia vita" confessa sul filo della commozione. E poi ancora dopo tanti aneddoti divertenti come quando Roberto Benigni (altra sua 'scoperta') gli presento' Cesare Zavattini in un incontro che si rivelo' soporifero per lui, Arbore torna serio parlando del suo impegno della vita: è come testimonial della Lega del Filo d'Oro per l'aiuto alle persone sordocieche e con pluridisabilità, di cui si appassiona a spiegare i progressi che sono in grado di fare. "Io sono sempre presente per loro ed ora mi affianca Neri Marcore' che ha raccolto il testimone".
J.Oliveira--PC